

171. Il dibattito sulla guerra nel Golfo.

Da: D. Bovet-M. Dinucci, Tempesta nel deserto, Edizioni Cultura
della Pace, S. Domenico di Fiesole, 1991.

La crisi internazionale iniziata con l'invasione irachena del
Kuwait, che port allo scoppio della guerra del Golfo, fu
accompagnata da un vasto dibattito, che mise in luce le varie
implicazioni della questione. Nello scritto qui riprodotto (tratto
da un libro dello scienziato svizzero Daniel Bovet, protagonista
di importanti iniziative a favore della pace, e del giornalista e
saggista italiano Manlio Dinucci) sono riportati alcuni passi
ricavati da quotidiani e riviste dell'epoca, dai quali emerge
chiaramente come le relazioni internazionali siano spesso regolate
dai grandi interessi, che non tengono in alcun conto i diritti dei
popoli.


Sulle motivazioni e implicazioni della guerra nel Golfo, si 
aperto, sin dall'inizio della crisi, un vasto dibattito
internazionale, in cui, man mano che la situazione andava
aggravandosi, sono emerse posizioni che in precedenza erano state
quasi sempre coperte da cautele e linguaggi diplomatici.
Il problema petrolifero dell'America - scriveva Robert J.
Samuelson su "Newsweek" (20-8-90) - non  che importiamo circa
met del nostro fabbisogno o che lo sprechiamo. E' che il petrolio
fornisce all'incirca il 40 per cento dell'energia mondiale e che i
due terzi di tutte le riserve conosciute sono situati in una
regione che  in permanenza una polveriera. La conquista irachena
del Kuwait semplicemente ha creato una crisi che, in un modo o
nell'altro, era in definitiva destinata a verificarsi. Inganniamo
noi stessi se pensiamo che sia semplicemente un episodio
passeggero. Le truppe americane potrebbero restare nel Golfo per
anni o decenni. Anche se questa crisi si risolver a nostro
favore,  difficile immaginare che ce ne andremmo tranquillamente
via per poi aspettare che si verificasse di nuovo. [...] Il
compito, dopo la seconda guerra mondiale, era quello di fermare il
comunismo. Oggi,  garantire l'accesso alle risorse energetiche da
cui dipende il mondo industriale.
Nel 1990 - sosteneva Brian Beedham sullo "International Herald
Tribune" (4-1-91) - la storia ha dato una straordinaria
opportunit agli Stati Uniti, da afferrare o lasciar cadere. Il
crollo dell'Unione Sovietica ha ridato all'America, almeno in
linea di principio, la preminenza globale che ebbe per breve tempo
negli anni successivi al 1945. Il mondo bipolare degli anni '60 e
'70   svanito perch la seconda potenza, quella di Mosca, non
esiste pi. Gli Stati Uniti sono ancora una volta - per quanto si
possa esitare oggi a usare la parola "potenza" - l'unica
superpotenza. Per stupefacente coincidenza, Saddam l'ha resa
contemporaneamente la superpotenza necessaria. Praticamente tutto
il resto del mondo detesta ci che il presidente iracheno ha fatto
al Kuwait in agosto, vuol rimettere le cose a posto, e guarda
all'America perch organizzi il modo di rimetterle a posto, dato
che solo l'America pu farlo.
Il problema essenziale che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno
dovuto affrontare nel Golfo sin dalla seconda guerra mondiale -
scriveva una quipe di "Newsweek" (24-12-90) -  quello di
mantenere un equilibrio di forze fra gli stati che siedono sulle
riserve petrolifere della regione. [...] Nel corso degli anni, la
politica statunitense  stata quella di assicurare o che lo stato
pi potente della regione fosse amico degli Stati Uniti, o che
nessuno stato ostile divenisse cos potente da tenere in pugno i
prezzi petroliferi. Questa politica ha portato Washington a
sostenere lo sci dell'Iran contro i suoi oppositori musulmani
fondamentalisti e quindi a propendere per l'Irak durante la sua
guerra contro il regime dell' ayttollh Ruhollh Khomein. Anche
se il presidente Bush l'ha abbellita con il suo appello a "un
nuovo ordine mondiale", l'odierna strategia americana deriva dalla
strategia adottata nel Golfo in passato. Per mantenere un
equilibrio di forze, gli Stati Uniti vogliono bloccare l'Irak,
paese ostile aspirante all'egemonia, e rafforzare il lato pi
debole del triangolo regionale, l'Arabia Saudita e gli Emirati del
Golfo. La guerra, supponendo che le forze irachene siano
rapidamente schiacciate,  certamente la via pi diretta per
raggiungere questi obiettivi. [...] Il rovescio della medaglia 
che la distruzione di Saddam potrebbe scatenare il caos, sia
all'interno di un Irak decapitato, che attraverso una regione
improvvisamente infiammata di risentimento antiamericano. Ma, in
termini di equilibrio di forze, un "compromesso raffazzonato" ha i
suoi svantaggi: lascia intatta la potente macchina militare di
Saddam, pronta per futuri avventurismi.
Tuttavia, anche un pieno successo nella guerra - commentavano su
"The Washington Post" (IHT, 8-1-91) Paul H. Nitze e Michael F.
Stafford - potrebbe gettare il Medio Oriente nel caos. Con la
distruzione di gran parte della capacit militare irachena, ci si
aspetta che Siria e Iran entrino in lizza per il dominio
regionale. Altri stati - tra cui Arabia Saudita, Giordania ed
Egitto - potrebbero essere destabilizzati dalla sollevazione di
grosse forze interne di opposizione, adirate dalla collaborazione
dei loro governi con gli americani, che avessero ucciso migliaia
di loro fratelli arabi. [...] E, con l'instabilit in Medio
Oriente, i rifornimenti petroliferi resterebbero del tutto
incerti. Se Siria o Iran sostituissero l'Irak quale possibile
potenza regionale dominante, o se i governi amici dell'Arabia
Saudita e di altri stati produttori di petrolio fossero rovesciati
da gruppi fondamentalisti ostili, i rifornimenti sarebbero
minacciati ancora una volta.
Ci che caratterizza tali interventi, pur nella loro diversit, 
la visione globale di un mondo in cui tutto dipende dallo scontro
dei grandi interessi e, in ultima analisi, dai rapporti di forza
che conferiscono il diritto, a chi ha la preminenza globale, di
controllare l'accesso alle risorse energetiche da cui dipende il
mondo industriale e di intervenire, quando esso viene minacciato,
per rimettere le cose a posto. Quasi mai ci si ricorda che
esistono i popoli e, quando lo si fa, essi vengono presentati o in
termini di conteggio numerico di forza militare oppure come
fattore di minaccia per gli stati, che possono essere
destabilizzati dalla sollevazione di grosse forze interne.
Solo poche voci, nel dibattito che ha preceduto e accompagnato la
guerra nel Golfo, sono potute arrivare sui mass media a ricordare
che in Medio Oriente esistono i popoli, a cercare di far capire la
loro condizione sociale, i loro diritti soffocati, le motivazioni
profonde che determinano i loro atti. Fra queste, l'analisi che un
docente universitario egiziano faceva, alla vigilia della guerra,
su Le Monde diplomatique (settembre 1990):
Per gli Arabi, la coscienza di appartenere al Terzo mondo viene
raddoppiata da una esperienza specifica. Non solamente sono loro
che, in Occidente, costituiscono il bersaglio privilegiato degli
attacchi dei razzisti, ma  ormai pi di un secolo che le potenze
occidentali fanno di tutto per ostacolare i loro sforzi tesi a
entrare nell'et moderna, a iniziare un valido sviluppo economico
e sociale e realizzare la loro unit nazionale. [...] Che si
comprenda o no,  un fatto che il nazionalismo arabo non faccia
distinzione tra i popoli che compongono la "nazione araba". Questi
popoli hanno in comune, da oltre un millennio, i tratti
caratteristici che danno consistenza all'idea di nazione: comunit
di lingua, di cultura e di sistema giuridico; stesso passato
storico, stesse reazioni psicologiche, e, pi recentemente, stesse
aspirazioni e lotte politiche. Manca loro solo l'elemento che, in
regime capitalista,  servito da cemento alle nazioni moderne: una
vita economica integrata, unita a istituzioni politiche comuni.
L'assenza di democrazia nel mondo arabo impedisce ai cittadini di
lavorare all'unificazione economica; ma, soprattutto, le ricche
monarchie petroliere sono divenute gli strumenti del mantenimento
della divisione e l'assoggettamento agli interessi stranieri.
[...].
Il largo consenso popolare di cui beneficia oggi il presidente
iracheno in societ del mondo arabo non ha assolutamente le sue
radici in una approvazione del passato avventuroso del dittatore,
n delle sue piu recenti iniziative. Si deve piuttosto vedere in
ci il risultato dei danni e delle umiliazioni che da decenni - in
effetti dalla creazione dello stato d'Israele nel 1948 - sono
stati inflitti alla nazione araba. [...] Ma Israele non  la sola
fonte di frustrazioni. La sopravvivenza dell'ordine coloniale in
questa regione ha origine anche nello spezzettamento del
territorio arabo orientale durante il periodo di occupazione
coloniale, spezzettamento consacrato in seguito da accordi che
dettero vita a stati artificiali e mini-stati poco popolati ma
molto ricchi di oro nero, alla cui testa furono posti capi tribali
dotati del titolo di sceicco, emiro o re. Dopo questa indipendenza
formale, i regimi arcaici restarono al loro posto, talvolta contro
la volont delle popolazioni, reprimendo i loro tentativi di
sollevazione con l'aiuto di forze militari procurate dalle vecchie
potenze coloniali. [...].
Che l'uomo della strada, in tali condizioni, si schieri a fianco
del presidente iracheno quando questi si annette il Kuwait, non
significa che egli approvi la brutalit dei suoi metodi. Ci che
gli preme  il colpo portato a uno dei bastioni del dominio
politico e dello sfruttamento economico occidentale - americano in
primo luogo - e il resto non lo riguarda troppo da vicino.
Istintivamente, sentir che il diritto internazionale, finch sar
applicato in maniera selettiva (e sempre a suo detrimento),
rester privo di ogni forza morale. E alla illegittimit
dell'annessione di un paese arabo da parte di un altro,
contrapporr la illegittimit di un ordine economico e politico
mondiale che lo priva di tutti i diritti e distrugge tutte le sue
speranze.
